Casa Ohhh Isterica sarai tu, caro! - Digressioni sull'isteria e altri pregiudizi

La prossima volta che ti danno dell’isterica, dai di matto e spacca tutto.
Ok non è un buon consiglio, anche perché non faresti altro che dare maggiori argomenti a sostegno di questa tesi. Ma almeno potresti fare presente al tuo interlocutore (probabilmente maschio) che l’American Psychiatric Association ha cancellato il termine “isteria” dall’elenco delle nevrosi psichiche. Nel 1987.

Che ciò sia avvenuto in tempi così recenti dimostra come da circa quattromila anni i maschi non abbiano capito una emerita fava su noi donne. O magari l’hanno anche capito, ma indubbiamente l’etichetta “isterica” è assai più comoda.
Comunque va riconosciuto che sono stati abili nel costruire intorno “all’ignoto femminino” innumerevoli credenze che, nel corso dei secoli, si sono radicate e trasformate in limitazioni, gioghi, divieti, soprusi che ancora oggi ci portiamo appresso.

E forse qualche colpa l’abbiamo anche noi, vista la naturalezza con cui ormai ci vestiamo abitualmente di banali luoghi comuni…

Un po’ di storia dell’isteria

Il termine “isteria” indica una nevrosi caratterizzata da stati emotivi molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali. Nell’immaginario collettivo è sempre stata considerata una malattia appartenente all’universo femminile: non per niente il termine stesso deriva dal greco ὑστέρα (hystera), cioè utero (wikipedia).

I primi testi in cui si parla di isteria femminile risalgono addirittura agli egizi, ma è con Ippocrate che si compie il collegamento utero-cervello. Da lì in poi (fino alla nascita della psicanalisi) è un susseguirsi di bizzarre e tragicomiche barbarie perpetrate a danno delle donne.

Nel mondo classico le isteriche venivano trattate con fumigazioni, bagni caldi, passeggiate ed esercizi vocali. Ma il rimedio migliore era considerato… il matrimonio!

Nel Medioevo, con l’affermarsi delle “virtù religiose”, le isteriche vengono cotte al rogo. Definitivo QUASI come il matrimonio.

Nell’epoca vittoriana la maggior parte delle manifestazioni di disagio fisico o psicologico sono ricondotte a un cattivo funzionamento degli organi genitali o dell’utero. Il rimedio più in voga all’epoca è il massaggio pelvico.
Medici specializzati praticano prolungati massaggi alla passerina dell’isterica fino a portarla al “parossismo isterico” – naturalmente io avevo letto PASSERINISMO- , termine con cui si identifica l’orgasmo (all’epoca ovviamente ancora negato alle donne). Il tutto avviene – attenzione – senza penetrazione.

La pratica è talmente di moda che circa i 3/4 del giro d’affari dei medici è riconducibile alle cure per le isteriche.
Adesso potremmo fare della facile ironia: “è un duro lavoro ma qualcuno doveva pur farlo…”. Eppure, evidentemente, il lavoro di sgrillettatore seriale era talmente faticoso che a qualcuno è venuto in mente di utilizzare un forte getto d’acqua e indirizzarlo sulle patatine isteriche; ed ecco che nasce la doccia pelvica.

Finalmente a metà ottocento un fisico americano mette a punto il primo vibratore a vapore, ovviamente destinato a soli scopi medici.

Usciamo dai cliché

La storia dell’isteria ci dovrebbe ricordare che per troppi secoli le donne non hanno avuto altro ruolo oltre a quello di mogli e madri. E non per propria scelta (rispettabilissima), ma come imposizione, e con l’indottrinamento di essere creature venute al mondo esclusivamente per servire il maschio o crescere la prole (“non lo fo per piacer mio ma per dare figli a Dio“).

Fino al XX secolo la scienza e la religione (entrambe di esclusivo dominio maschile) hanno negato l’esistenza del piacere e del desiderio femminile.
Insomma ci hanno appiccicato addosso un copione di cui dobbiamo prendere piena coscienza, per liberarcene per sempre.

Quanto volte abbiamo sentito, e magari sorriso (?), ascoltando uomini (e ahimé altre donne) prescrivere dosi massicce di ca*** a donne la cui “colpa” è di essere fuori dagli schemi, o sopra le righe, o magari semplicemente in disaccordo con loro. Isteriche, appunto.

Per non parlare di quanti commentano atteggiamenti spigolosi o autoritari di colleghe (magari superiori) dicendo “una bella scopata e vedi come si rilasserebbe”.
Che un buon su e giù sia piacevole e possa anche fare bene allo spirito è indiscutibile. Ma questo semmai vale per entrambi i sessi. E in ogni caso, ricondurre a mancanza di sesso ogni comportamento non conforme allo stereotipo della donna sempre accondiscendente è assai riduttivo, non trovi?

Ma anche il modo in cui spesso ci definisce la pubblicità: irrazionali, volubili, nevrotiche, capricciose…
Io non mi sento così, o meglio non mi sento contemporaneamente e continuamente così.

Sempre più emozionate, delicate…

Nelle giornate grigie a volte Enrico (non ho ancora capito se per sfottermi o per tirarmi su) mi dice “Diario del capitano James Tiberius Kirk, data astrale 2.17, ci spingiamo oltre l’ignoto alla scoperta dell’universo femminile…”.
E io penso che sarò anche complessa e incasinata, ma certo che se ti ci metti anche tu…

E poi questa storia dell’universo femminile a me non va giù, mi sa di una caricatura, una definizione politically correct (ma ipocrita) dell’isteria femminile.
A 35 anni non ho ancora capito di preciso cosa voglio fare da grande, o perché alcuni giorni mi sembra tutto storto e vorrei scappare, e se Enrico mi tocca gli darei un calcio negli zebedei e penso “ma, dildo, non lo capisci che voglio le coccole”.  E altri ancora “Smettila di farmi le coccole. E scopami”.

Non amo le definizioni, soprattutto quelle sessiste, compresa quella che descrive l’universo maschile in: calcio, birra, rutto, sesso.

E c’è sessismo persino nel sottolineare le caratteristiche genitali: una donna uterina è pazza e volubile, un uomo cazzuto, o con le palle, è uno che sa il fatto suo.
E viceversa: se un uomo dà in escandescenze è isterico, se una donna si sa far valere ha le palle.

Vorrei solo che queste etichette limitanti, per tutti, sparissero all’istante. Vorrei essere libera di essere me. Donna, uomo, ermafrodita, non credo che quello che ho fra le gambe possa determinare in automatico quello che sono. Quello lo decido io, non i miei genitali.

P.S.

Enrico (che è molto più grande di me) mi suggerisce il testo di una canzone della Mannoia, “Quello che le donne non dicono” (peraltro scritta da un uomo).

Leggo il testo.

Cambia il vento ma noi no
E se ci trasformiamo un po’
È per la voglia di piacere a chi c’è già o potrà arrivare a stare con noi” (tutto il testo)

Ma che davvero, Enrico? Certo che se pensi di capire qualcosa tra “Quello che le donne non dicono” e “Teorema“, beh, allora no che non ci intendiamo…

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