I racconti di Ohhh Speravo che avresti messo la gonna, oggi.

Questo mese debutta una nuova voce maschile, conosciamo insieme questo Signore D’Istinto.

Speravo che avresti messo la gonna, oggi.
Non mi aspettavo che ti stesse così bene, ecco. La scorsa settimana, quando sono venuto nel grande e luminoso ufficio della multinazionale per cui lavori a sistemare un paio di pc, avevi i pantaloni.
Però gli occhi dietro gli occhiali li avevo notati. E anche la bocca. E anche la tua voce.
E speriamo che sia tutto in ordine altrimenti mi tocca richiamarla di nuovo – avevi detto a voce alta mentre le tue collaboratrici, agli altri lati della grande scrivania condivisa, facevano finta di non ascoltare.

E poi ci eravamo scambiati un sguardo. Uno solo. E lì avevo deciso che tornare mi sarebbe piaciuto. Per questo il tuo computer l’avevo sistemato sì, ma non del tutto. Perché volevo rivederti, da qui, sotto la scrivania, magari con la gonna. Esattamente come adesso.
Oggi mi hai accolto col tuo solito tono da capa. In fondo io sono solo “l’omino dei computer”, come dite voi. Mi hai trattato dall’alto in basso, come fate tutte voi. Ma io lo so che se ti togli quei tacchi, sei più bassa di me. Anche se, a pensarci bene, non vedo perché dovrei fartele togliere, quelle scarpe. Ti stanno benissimo.

Le tue collaboratrici viste da lassù, sopra il tavolo, alla fin fine non sono nemmeno male. Anche perché hanno almeno 15 anni meno di te. Ma, da qui sotto, sappi che perdono ogni fascino. Pantaloni lunghi entrambe. Scarpe da ginnastica e addirittura gli anfibi.
Le tue gambe invece sono perfette, fasciate nelle calze nere.

Allora, quanto ci vuole ancora lì sotto? Riusciremo a lavorare coi documenti sul server? – Mi chiedi da lassù.
Eh, non è così semplice. Sto provando a farvi accedere ma la rete sarebbe completamente da rifare…
Sbuffi e dici che così non si può andare avanti ma, da qualche parte dentro di te, io lo so che sorridi. Sorridi a me. Altrimenti perché avresti appena scavallato e accavallato le gambe?

Sono così vicino che sento il profumo della tua pelle, al di là del collant.

Allungo un dito per sfiorarti ma non posso farlo. Mi limito a tenere il dito a pochi millimetri dalla caviglia, ma anche così sento il calore della tua pelle.
Naturalmente l’accesso al server potrei ridarvelo in 60 secondi netti, ma non vedo perché dovrei privarmi di questo spettacolo.

Dottoressa, lei cosa fa per pranzo? Se non è un problema noi due anticipiamo e scendiamo ora, perché poi alle 14 abbiamo la call con il global.
Andate ragazze, io credo che oggi salterò. Semmai portatemi su un tramezzino che provo a mangiarlo prima della riunione.
Dopo venti secondi la porta si chiude e io e le tue gambe siamo soli.
Quello che accade dopo è uno dei motivi per cui adoro il mio lavoro.

Ti allunghi all’indietro e spingi avanti il bacino sulla sedia.

Nel frattempo componi un numero e inizi una telefonata. Ma lo fai con l’auricolare, perché le mani le tieni libere. Le usi per aggiustare un poco la gonna sui fianchi e farla risalire appena.
Se tu indossassi le autoreggenti, il mio cuore esploderebbe e forse mi intitolerebbero una filiale di “omini del computer” periti nell’adempimento del proprio dovere.
Ma sono “solo” collant. Eppure li trovo bellissimi, lisci, caldi, profumati.

Sporgi una mano verso di me, sotto il tavolo, chiudi il pugno verso l’alto e poi fai uscire solo l’indice. Che si piega due volte nella mia direzione. Lentamente. Mi innamoro della tua unghia perfettamente dipinta. Mi innamoro di quel segnale, sognato e inatteso.
Sfioro il tuo indice con la mano e tu me la stringi un momento.

La tua telefonata continua e la tua voce è perfetta. Sei una grande professionista nel tuo lavoro. Nulla ti distrae.
Inizio ad accarezzarti le gambe con una mano. E avvicino la bocca al tuo dito e lo bacio una, due, dieci volte, facendoti sentire le mie labbra e poi pian piano anche la lingua.
La mia mano scorre sul collant e inizia a esplorarti. Hai scavallato le gambe e quando le apri il panorama è semplicemente maestoso.
Le tue mutandine nere, sotto i collant, il tuo sesso, il tuo fiore, la tua fica, a pochi centimetri da me. Profumata, gonfia, in attesa.

Inizio a succhiarti le dita della mano, continuo ad accarezzati le gambe e mi avvicino con le dita alla tua fica. Faccio scorrere le dita lungo la fessura, dall’alto verso il basso. La tua voce al telefono si incrina appena. Non stai parlando di lavoro, ora. Di una vacanza, mi pare. Spingi ancora il pube in avanti sulla sedia e con una mano mi accarezzi il viso, mi agguanti un orecchio, inizi a tirarmi la faccia verso di te, al centro delle tue cosce.

La tua voce ora mi arriva nettissima. Non stai parlando con me. Ma stai parlando di noi.

Guarda, io non so se posso venire. Nel senso mi piacerebbe un sacco esserci ma ascolta… non so se riesco a venire perché poi dopo pranzo ho da fare.
Capisco che il tempo stringe.

Mi afferri la testa e io mi tuffo con il viso sul tuo sesso. Mutandine e collant si schiacciano ed esce del miele. Tu mi prendi la testa e la spingi contro la tua fica. Io ti faccio sentire le mie labbra e la mia lingua ma c’è tutto quel tessuto di mezzo e non è per nulla facile.

Comunque dai, semmai ne riparliamo, ora ti devo lasciare che ho un’altra chiamata sotto.
Sotto ovviamente, ci sono io.
E qui fai la cosa meravigliosa che non mi aspetto. Ti infili una mano nelle mutandine e inizi ad accarezzarti. Con l’altra mi accarezzi la testa ma più che altro me la spingi contro il tuo pube. Ti assecondo, quasi in apnea. Intanto la tua fica si è completamente aperta ed è diventata una specie di cornice delle mutandine.

Inizi a muovere il culo e praticamente mi stai scopando la faccia, mi stai scopando il naso. E intanto ti tocchi. E le nocche della tua mano sono schiacciate contro la mia fronte. Ci metti un paio di minuti a venire. Lo fai respirando forte ma senza rumore, vedo e sento il tremito delle tue gambe. Sento un calore quasi vulcanico che mi colpisce in faccia. Cerco di immaginare il tuo viso lassù. Secondo me non hai neppure tolto gli occhiali. Non hai un capello fuori posto. Sei una grande professionista, tu.

Rimaniamo in silenzio mentre ti succhio le dita che hai tolto dalle mutandine.
Poi improvvisamente ti alzi.
Io devo uscire. Lei finisca il suo lavoro e faccia in modo che funzioni tutto. Altrimenti mi tocca chiamarvi di nuovo. Buongiorno.

Hai detto tutto senza mai guardarmi, hai usato il tuo solito tono da capa stronza, eppure il messaggio che mi arriva è dolcissimo.
Per questo prima di uscire da sotto il tavolo scelgo di sostituire il cavo nuovo con uno che porto sempre con me, molto, molto sfilacciato. Non durerà più di un mese, vedrai. Tra un mese è maggio. Chissà se avrai le autoreggenti.

Davanti all’ascensore incontro le tue colleghe che tornano in ufficio. Mi salutano senza entusiasmo. Poi, appena girato l’angolo, le sento scoppiare a ridere.
Entro in ascensore per guardarmi allo specchio.
Ho la faccia paonazza. E la trama delle tue mutandine sul naso e sul mento.

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